Il lato oscuro / Le porte del nulla
Se l'immagine ha un suo fondo materiale, un suo spirito nascente da un incavo di spessori, di strati da cui prende forma o si concede all'informe Silvestro Cutuli pare volerci indurre in tentazione, farci traguardare impunemente proprio oltre il visibile: là dove le pieghe dell'essere e della luce si sedimentano al buio, là dove si oscurano per caricarsi di luce, per arrivare nette e sbalzate al piano illuminato del vedere o a ripiegarsi per dilagare e disperdersi nel profondo invisibile. Anche il mare che squilla alla luce del sole si dispone quieto e sommosso sul fondo di una luce notturna.
Come gli è solito, da quando ha intrapreso le vie virtuali e clonanti del linguaggio computerizzato, il pungolo espressivo, il dettato di fantasia nasce sul campo del fare, un fare attrezzato e sotteso di pensieri, dove, anzi, i pensieri stessi si fanno attrezzi di lavoro e di costituzione immaginativa. Di qui un senso formativo che si dilata e ristringe tentando di attingere con rigore e tremore alle radici materiali d'ogni astrazione, d'ogni suo farsi corpo immaginativo. C'è un fondo germinante, un alveolo oscuro che l'artista prova a sondare, a sfoderarne le possibili inclinazioni alla luce della forma. Così, le stesure in nero si mostrano traccianti lo spazio dove ogni immagine possibile, ogni finzione spettacolare mostra nascere dal buio delle sue viscere, da un fondo vitale di materia, di fascianti tessuti e viluppi organici. Mi scrive Cutuli: " …si pesca nella tavolozza virtuale dove si mescola il colore, o si parte da un rettangolo nero (come io ho fatto) e lo si violenta trascinandone il colore sul resto del supporto bianco, facendo nascere i segni o i tracciati per 'distribuzione' verso altre regioni del delimitato supporto energetico. Allora capirai che spesso facendo il contrario si passa a violentare il pacifico nero con iniezioni di tracciati bianchi che invadono impietosamente quel nulla creando delle 'porte' d'accesso ad una dimensione altra."
Questo, appunto, come vuole l'artista nel titolo del presente ciclo espositivo, 'il lato oscuro' da cui prova a profilare un segno consapevole di ragione e causalità, di veloci tracciati e labili parvenze bendate di nero, di anfratti e squarci scoperti con attesa e stupore al biancore della luce. Questo il luogo senza luogo, l'utopico spazio in cui il suo gesto d'immagine bussa alle 'porte del nulla'.
Già nel ciclo precedente del suo fare arte al computer - quello delle mostre del 2005 e 2006 - svolto all'insegna del tema cosmologico-materico e animato dalle metaforiche 'rocce mentali' di un tellurico 'magma intelligente', Cutuli ci ha dato una straordinaria rappresentazione simulata secondo virtuali strutture policrome. Amalgami elettronico-digitali di tettonici e germinali stati di materia terrestre: la 'madreterra'. Allora, inseguendo la sua metafora sul duro mallo terrestre, nel mio testo in catalogo dicevo che Gaia, la mitica Terra, dalle sue viscere trovava nelle opere disposte agli occhi degli spettatori oltre a una visibile emulazione l'occasione per fare il verso a se stessa. Un verso iridato di gioia e di energia vitale scaturito dall'immanenza di un pensiero operante, dal segno di un gesto accudito concettualmente. Nato, vale a dire, da una creatura del suo ancestrale magma intelligente, quale fiore umano-elettronico, quale pensiero artificiale secondo la cosiddetta fortuita funzione RAM (Random Access Memory), non solo per la Computer Art.
Che sia ora la volta di Selene, la mitica Luna, a sollecitare Cutuli in questo suo nuovo ciclo di opere, in questo nuovo viaggio cosmico-immaginativo, tra transiti diurni e notturni, tra compagini imbevute di nero e di affioranti emergenze di bianco o viceversa? Si può discutere se sono esistiti davvero i miti o se si è fatto soltanto della mitologia, ma indubbiamente non si può sfuggire alla funzione simbolica del mito, alla sua imperitura produzione o mitopoiesi. Anche qui l'eterea virtualità, la visibile immaterialità prende consistenza, si fa corpo su dei supporti di contenimento, i cartoni Fedrigoni da 500 gr. di preciso. Con il loro nero-bianco succedere in mostra e l'installazione di due sue sculture antropomorfe in legno coperte da un telo con le sovraimpresse immagini dei cartoni, ne viene un teatro d'immagine capace di non pochi riflessi simbolici evocabili attraverso le varie culture mitologiche della Luna.
Dentro i riquadri dipinti al pennello virtuale, tra i mobili e marcati scarti dei tracciati del nero e del bianco, qui è là inframezzati da sfumate di grigio simile all'argentea luce lunare, s'incastonano per metafora i mutevoli e maculati spettacoli dell'astro. Nel gioco acromatico delle campiture sui cartoni potremmo perciò intravedere il riflesso dei chiarori lunari, dei suoi oscuramenti infittiti e dilatati nel cielo che ci sovrasta. Il cielo che muta di luce o non luce per eclissi o plenilunio, così come muta la faccia della Luna durante le periodiche scansioni che ne falciano lo specchio rotondo di luce.
Insomma, a voler in tal modo intendere, forse l'artista ha voluto offrire un'ulteriore mitografia di quel primigenio teatro olimpico di bagliori e tenebre cui apparteneva Selene. Un teatro di origini in cui il caos volge a prendere forma, a darsi un logos, in cui la Luna, tra i Titani dell'essere e della vita, si muove con il suo carro a irradiare le notti che precedono e danno natale alla vita diurna. L'epifania di sempre tra la veglia e il sogno, tra la luce e la notte. E, si sa, non c'è mito lunare che non coinvolga l'uomo, il suo perenne divenire tra vita e morte. La Luna con il mutare tra il buio e la luce sta nei tempi da calendario, nell'avvicendarsi delle stagioni come in tutte le condizioni immanenti alla natura dei cicli di rinascita. Sicché, qui in mostra, se l'installazione di quel panno che copre le due sculture antropomorfe rimanda alla volta del cielo su di noi, col suo impresso primigenio e imperituro cangiare di luci diurne e notturne, allora si profila per noi un'allegoria figurata, una plastica mitografia. Vale a dire, una messinscena sulla condizione dell'uomo, sul suo inevitabile soggiacere all'ignoto, all'incombere della notte nel divenire dei tempi, al suo inesauribile destino di ricerca e sapere. Eppure sembra che di giorno l'uomo sia più esposto ai pericoli e in preda alle paure, mentre è di notte, magari nei desideri del sogno, che il suo io s'inarca sicuro e vincitore. Mi scrive ancora Cutuli a riguardo dei suoi temi espressivi: "..Cicli diversi come le diverse tessere di un mosaico da raccordare col sempre porsi in relazione a ciò che il quotidiano per cultura e concettualità trasposte mi detta; in fondo…l'eterna angoscia ansiosa del divenire, essere e ri-creare, per quel vorace filtro della realtà che mi porta sempre ad operare ed agire."
Ecco, confortati pure dalle parole dell'artista, a seguire la sequenza dei cartoni esposti, nei transiti di nero, nei suoi squarci di candore alla luce ci appare scorrere una figurazione che per scaturigine virtuale, per simulazione formativa al computer, si dà spoglia d'ogni sembianza, nuda nelle sue fattezze per accedere a una condizione di continua de-figurazione. Come, appunto, ci fa intendere Cutuli, per l'artista visivo l'origine del segno, ogni genesi possibile d'immagine, può essere di per sé un sufficiente tragitto creativo, un transito di ricerca visionaria che di per sé soddisfa l'intento all'opera compiuta o alla sua inesauribile compiutezza. Se quello del computer è un altro mondo quale interfaccia di questo mondo, si dà pure fra di essi un comune ma non neutrale interstizio entro cui si muove la fantasia dell'artista, la sua creativa verità immaginativa.
Sembra proprio questo il territorio frequentato dalle fantasie di Cutuli, lui che come altri ha sostituito radicalmente la 'finestra' sul mondo con il monitor interspaziale del computer. Lo spazio-tempo di rappresentazione non è più un punto di vista o un molteplice punto di vista sulle realtà del mondo o quelle interiori, ma l'etereo scorrere di tempo e di spazio che ci include senza alcun appiglio, senza alcun referente che gli dia ragione contingente d'essere spazio e tempo. Quando nasce un segno virtuale, la sua verità è al contempo logica e illogica, sta in una rete causale e casuale allo stesso tempo, sta nel consapevole arbitrio di una scelta espressiva. Verità sancita solo dall'iniziativa, dal senso che gli assegna di volta in volta l'artista, magari animandolo di umori soggettivi, di sentiti gradienti percettivi da trasmettere a chi guarda l'opera, la sua fattura materiale, il suo corpo immateriale. Gli aspetti insomma di un virtuale pensiero visivo.
Sensitivamente, i neri hanno sempre un loro morbido, risucchiante proporsi percettivo e le traccianti campiture dei cartoni in mostra ci calamitano per la loro spaesante definizione spaziale, per il loro concitato racchiudere e dischiudere lo spazio alla luce. Anche l'artista ne ha come subito e promosso gli effetti, ne ha condotto e assecondato le variazioni sul tema, a dire così. "..Si è alle soglie dello sconosciuto e del muto, - scrive - ma fascinoso e pregno di innumerevoli possibilità di analisi, e quando il tutto è amplificato dalla proiezione sullo schermo, diventa una specie di festa dionisiaca, tra panico e forza costrittrice che passa dalla fase di timore a quella di lucida e ludica consapevolezza." Così, anche per noi, il senso dei cartoni sta per intero nella dinamica di luce e non luce, nel loro potere di infrangere ogni nostro abitudinario senso di apprensione verso la realtà. Ci offrono un viatico immaginativo, un accesso al simbolico 'lato oscuro', alle soglie delle 'porte del nulla', là dove il possibile e l'impossibile hanno la stessa potenzialità di venire all'essere del buio e della luce.
Il segno artificiale di Cutuli, autentico nella sua natura creativa, nel suo annottarsi al buio del non colore, si dispone lateralmente al segno pittorico delle 'Pitture nere' di Ad Reinhardt o a quello materico dei 'Cretti neri' di Burri, a dire solo questi esempi. In ciascuno è sempre la pura crudezza d'immagine a farsi clamore visivo, a farsi scansione di luce e spazio attraverso la negazione, attraverso l'assenza di ciò che comunemente s'intende nel vedere. Si può condividere l'idea di chi considera le immagini virtuali né concrete né astratte per collocarle configurate nelle dimensioni di un integrale pensiero immaginativo. Quello cui le poetiche dell'arte astratta si sono storicamente protese ad esprimere con libertà anticipando e perpetuando sino ad oggi il pensiero virtuale.
Luigi Paolo Finizio