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Quando la luce si fa dialettica



Leggo nel repertorio di Cutuli il carattere di abisso, di duttile e morbido accesso al centro del mistero della vita, abisso dapprima mitizzato dal folklore e accettato per simboli, alcuni dei quali di memoria biblica, ed ora nell'ultima produzione pittorica  proposta in questa rassegna aquilana contratto attraverso un incremento di analisi scientifica, talvolta in verità assopita dalla predisposizione a tentazioni illusionistiche che culturalmente si giustificano con le grandi delusioni storiche del nostro  secolo dopo le crisi del razionalismo e del positivismo.
Interessava un tempo il simbolo (la conchiglia = vita ancestrale / la mela = stereotipia del simbolo / il peperone = universalità sensuale), ma poi ecco la scoperta del potere di ripercorrere a ritroso le tracce, i solchi scavati dal simbolo per approdare  finalmente al big-bang, quando il primato apparteneva alla luce bidimensionale-tridimensionale-polidimensionale: luce intensa, ampia, stratificata, radiante, sferica, concava-convessa, simmetrica e floreale, esotica, dalla cromia tutta orientale (oriens:  bianco-azzurro-lilla- carminio-giallo-verde-grigio-marrone....).
L'arte dunque che retrocede alle origini: lo stesso itinerario, in un certo qual modo, dell'informale, dove però il dialogo era con la materia, oscillante sempre tra il lirico e l'orrido, mentre in Cutuli l'attenzione è per la luce itinerante nello  spazio, la quale si concretizza in fasce armonizzate da intelaiature ruotanti su perni ideali, che rispetto al carattere nichilista per lo meno visivo di molte opere ad esempio di un Tàpies, sono strumenti catartici della materia. La filosofia delle  origini secondo il nostro artista (e qui l'ascendenza psicologico-biografica mi pare evidente) è questa: per la materia non c'è possibilità di storia, senza un orizzonte cui indirizzare i passi. Sicchè il "Fiat lux" genesiaco è servito,  secondo lui, ad impedire l'autofagia della materia, l'autodistruzione storica. Chiaramente la sua opera è un'affermazione della vita; l'apologia avviene nel sinolo materia-luce (affascinante l'ipotesi di Simone Weil che ogni uomo aspira a iscrivere  se stesso nella materia).
Questa dialettica caparbia e arcaica e allo stesso tempo proiettata nel futuro, per cui l'esigenza di uno stato puro è destinata a relazionarsi con il reale per una conquista perennemente in fieri.
E' qui a mio avviso, il fulcro eccellente di questa serie di opere che vengono esposte al Castello Cinquecentesco dell'Aquila.
Egli ha attivato con lirico abbandono la poetica primigenia della luce, species sia logico-mentale che reale, paradigma e archetipo dell'incontro di due principi eterogeni; in seguito ha determinato pittoricamente il "Teatrum" ove essa, luce, esibendosi  supera lo scrimolo dell'invisibile. Questo palcoscenico che rende concreta alla percezione la luce è la materia.
Sicchè lo scatto oltre la soglia della pura logica è dovuto proprio alla materia, che appare incorrotta ma ancora aniconica, con una ratio costruttiva dovuta all'autorità appunto della luce che fa librare in spazi siderali panneggi barocchi,  serici, fibrillari, labili che segnalano danze "agra" non omologabili in termini matematici affidate come sono all'estro, alla fantasia, alla creatività di un prodigioso operaius luci.
Dunque parlavo di fulcro che consiste nella dialettica luce-materia, schermo quest'ultima ove s'imprime la crepitazione articolata, radiale della fonte luminosa, a tal punto che non è fuori luogo evocare l'antico rituale codificato nel "De Civitate  Dei" che si può sintetizzare nell'oscillazione incessante dei due poli, negativo positivo. Si tratta di un dualismo inscritto (scritto dentro) nel concetto stesso di storia, per cui quando la grafia della luce appare quaresimale (si veda ad esempio  le opere "Al centro di me stesso", "Cromoprismicamente n°1 e 2", "Magma Luce e Sensazione") il pendolo ci riporta agli antichi terrori, all'oscuro, al biologico spettrale, sanguinario e perchè no erotico; mentre allorchè la caligine è ricondotta  nell'alveo (cito soprattutto "Ritmi aperti di luce", "Scansione luminosa", la serie di inchiostri dell'88 Senza titolo) l'integrità logica prende il sopravvento, estrinsecandosi in una preoccupazione strutturale e nella temeraria realizzazione di uno  spazio astratto, di un iperspazio, nella cui profondità  abissale vive e si espande il ricco velario che appena appena impedisce il contatto con il numinoso, con l'eterno.
Ecco, la presenza muta dell'Uno costituisce una fenditura, un clinamen nella ritmica e perpetua oscillazione del pendolo della storia tra il bene (la luce) e il male (materia).
La ri-creazione (l'elemento ludico non paia estraneo al discorso, come non lo fu al momento della creazione) periodica della lotta è marcata da un'apologetica affermazione della vittoria definitiva della luce dopo la Kenosi di essa dovuta ad una colpa  geologica imprecisata e mitica a cui fa cenno lo stesso pensiero platonico.


                                                                                                                                                                   Leo Strozzieri





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