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Quando la luce si fa dialettica
Leggo nel repertorio di Cutuli il carattere di abisso, di duttile e morbido accesso al centro del mistero della vita, abisso dapprima mitizzato dal folklore e accettato per simboli, alcuni dei quali di memoria biblica, ed ora nell'ultima produzione pittorica proposta in questa rassegna aquilana contratto attraverso un incremento di analisi scientifica, talvolta in verità assopita dalla predisposizione a tentazioni illusionistiche che culturalmente si giustificano con le grandi delusioni storiche del nostro secolo dopo le crisi del razionalismo e del positivismo.
Interessava un tempo il simbolo (la conchiglia = vita ancestrale / la mela = stereotipia del simbolo / il peperone = universalità sensuale), ma poi ecco la scoperta del potere di ripercorrere a ritroso le tracce, i solchi scavati dal simbolo per approdare finalmente al big-
L'arte dunque che retrocede alle origini: lo stesso itinerario, in un certo qual modo, dell'informale, dove però il dialogo era con la materia, oscillante sempre tra il lirico e l'orrido, mentre in Cutuli l'attenzione è per la luce itinerante nello spazio, la quale si concretizza in fasce armonizzate da intelaiature ruotanti su perni ideali, che rispetto al carattere nichilista per lo meno visivo di molte opere ad esempio di un Tàpies, sono strumenti catartici della materia. La filosofia delle origini secondo il nostro artista (e qui l'ascendenza psicologico-
Questa dialettica caparbia e arcaica e allo stesso tempo proiettata nel futuro, per cui l'esigenza di uno stato puro è destinata a relazionarsi con il reale per una conquista perennemente in fieri.
E' qui a mio avviso, il fulcro eccellente di questa serie di opere che vengono esposte al Castello Cinquecentesco dell'Aquila.
Egli ha attivato con lirico abbandono la poetica primigenia della luce, species sia logico-
Sicchè lo scatto oltre la soglia della pura logica è dovuto proprio alla materia, che appare incorrotta ma ancora aniconica, con una ratio costruttiva dovuta all'autorità appunto della luce che fa librare in spazi siderali panneggi barocchi, serici, fibrillari, labili che segnalano danze "agra" non omologabili in termini matematici affidate come sono all'estro, alla fantasia, alla creatività di un prodigioso operaius luci.
Dunque parlavo di fulcro che consiste nella dialettica luce-
Ecco, la presenza muta dell'Uno costituisce una fenditura, un clinamen nella ritmica e perpetua oscillazione del pendolo della storia tra il bene (la luce) e il male (materia).
La ri-
Leo Strozzieri