VERSI DI LUCE
Sono spesso i tratti di sbiadite sinopie o i vivaci germi di idee liberamente fluenti nella nostra mente a dare lievito e spessore all'approccio dialogico con l'Opera, i cui sfumati contorni sfuggono di norma a raziocinanti omologazioni ed a rassicuranti classificazioni.
La naturale diffidenza del primo contatto visivo con la persistente unicità di un'Opera laicizzata dopo la rovinosa caduta della sua sacralità, può essere così superata con la benefica energia empatica sprigionata da anarcoidi intuizioni-visioni.
E' quanto mi è accaduto al primo impatto con i singoli frammenti scultorei dell'installazione VERSI DI LUCE "incontrati" in anteprima nello studio di Silvestro Cutuli, la cui chiave di accesso mi è stata immediatamente offerta da due note opere d'avanguardia del'15, il CONTRORILIEVO AD ANGOLO DI TATLIN e IL QUADRATO NERO, appeso ad angolo sotto il soffitto da Malevich all'Ultima mostra futurista: 0.10" di Pietroburgo.
Molto probabilmente la materia (lamiera, Tatlin), il colore di alcune sculture (nero e bianco suprematisti, Malevich), l'identica esigenza di Cutuli di superare con l'astrazione dell'immagine e la costruzione dello spazio, la latente conflittualità tra pittura (bidimensionale), scultura (tridimensionale) e spazio (n dimensionale) conflittualità non del tutto sopita dalla pratica installazionista di tanta arte Pop, Povera, Minimal, alla continua ricerca di una lama capace di tagliare in due l'intricato nodo gordiano di un'Arte Totale - avranno suggestionato la mia prima "lettura" di VERSI DI LUCE.E, a ben riflettere, le poetiche neo e post avanguardistiche degli ultimi decenni (prevalentemente accomunate dall'istanza libertaria di un abbattimento delle "barriere architettoniche" erette tra Opera e ambiente dalla cultura percettiva e critico -storiografica occidentale), non sono andate molto al di là della lucida manipolazione spaziale attuata con la messa in scena, la teatralizzazione, la concettualizzazione (opera+idea) del CONTRORILIEVO AD ANGOLO e del QUADRATO NERO.
Anche in questi VERSI DI LUCE dall'accentuato profilo ermafrodita pittoscultoreo, l'orchestrazione di fondo dell'intera installazione tende al riassorbimento della frattura concettuale opera/ambiente, soggetto guardante/oggetto osservato.
Ma lo spazio, adesso, non si limita a circolare attivamente fra i singoli frammenti di un'Opera unitariamente progettata: vive e agisce, invece, all'interno di ogni pittoscultura (lo spazio in azione), tra gli anfratti degli infinitesimali contrasti plastici generati da una tellurica superficie o nelle viscere di frastagliate masse dagli araldici ed assoluti neri, bianchi, rossi, gialli e viola.
Ai perfetti volumi dell'idealizzante geomertia euclidea, passivamente recepiti dalle tautologiche proposizioni (un cubo è un cubo) di un'arte minimal azzerante ogni rimando memoriale-evocativo, Silvestro Cutuli contrappone la sua irregolare e sofferta Geometria della Natura (Geometraia dei frattali), modellata, come fa indifferentemente il vento con tenera sabbia o con dura roccia, da fabbrili mani che ora flettono, contorcono accartocciano, ora sfiorano, accarezzandola, la fredda, seriale, anonima piatta lamiera zincata di 6/10 di spessore.
Niente, comunque, nell'ardua lotta ingaggiata da una forma estetica vivente contro l'inerzia inespressiva della bruta materia, è lasciato al caso: è infatti la forza vivificatrice di una luce mentale protesa a catturare i mille respiri di una imprendibile luce fisica, a piegare alle sue esigenze espressive, ogni minimo sussulto plastico.
Ma i VERSI DI LUCE non assurgono mai, pur nel loro nitido canto cromatico, a metafora di verità metafisiche o religiose (la luce chiara e accecante di un Sole che nasconde e annulla col suo bagliore la consistenza fisico-plastica della realtà). Piuttosto, i rimandi luministici delle loro duniche pieghe, assumono la valenza della LICHTUNG (illuminazione) heideggeriana e della LUCE SCURA holderliniana (Ma mi porga alcuno, / colmo di luce scura, / il calice odoroso....), Luce che riesce ad aprirsi un varco, salendo dalla Terra al Cielo, nella fitta boscaglia dei nostri dubbi, angosce e paure. Lichtung del non nascondimento dell'esserci (dell'Opera) "illuminato" non già dalla luce di un altro ente (Dio), ma dal suo essere stesso (nell'Opera).
Non si distingue forse l'illuminante densità del nero-profondo della GRANDE LUCE NERA (cm.400xcm.200) di Silvestro Cutuli, dal soffuso chiarore degli "Annottarsi" di un Burri, nella diversa qualità luministico-spaziale dell'ondeggiante e sinuosa LUCE SCURA di questa scultura, rispetto alla trascendentale LUCE CHIARA della burriana pittura?
LUCE SCURA, e cioè luce della Natura e della sua inviolabile sacralità, riproposta da Cutuli con l'archetipo simbolico V (aperta e ancora illuminante metafora sessuale della Donna-Natura, nonchè fecondo grembo della Donna-Madre), matericamente terrestre nelle laviche colate rossonere dell'opera LUCE PROFONDA e geometricamente astrale nell'iconico segno/segnale squarciante, con il suo acuminato giallo, il silenzio mortale di LUCE DI VENERE.
LUCE SCURA, ancora, dai dionisiaci ardori dei due continenti alla deriva (EROS e THANATOS sorpresi nella compenetrazione sacrificale di LUCE IMMENSA) percorsi dal sulfureo brivido sotterraneo dell' indicibilità di un nome : ARTE.
L'Aquila 15 - 21 / 3 - 7 / 4 / 1990 Antonio Gasbarrini
Testo del catalogo della Mostra personale Al Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea "Angelus Novus" dell'Aquila, e della Mostra personale alla Galleria della Tartaruga di Roma del 16 - 2 - 1991